Benvenuti a “Spietata Lente”, la rubrica che seziona la parola scritta e parlata per rivelarne la struttura invisibile, la forza d’urto concettuale e la vibrazione emotiva. Oggi passiamo al setaccio le riflessioni di Emanuele Conte tratte dal suo programma radiofonico “Life is like a Rhapsody – La vita è come una rapsodia”.
La lente analizzerà ogni passaggio sotto tre angolature: la tecnica radiofonica (l’efficacia del mezzo), la profondità filosofica (il nucleo del pensiero) e la tensione poetica (l’evocazione lirica).
1. L’Introduzione: Il Rap del Rapsodo
Il parallelismo tra Joe Tex, il rap delle origini e l’antico rapsodo, cucitore di canti, fino alla metafora del corpo-orchestra.
- Tecnica Narrativa Radiofonica: Straordinaria efficacia di metacognizione acustica. Conte usa il concetto di “solfeggio” e “percussioni” per preparare l’orecchio dell’ascoltatore. C’è una fortissima stimolazione sensoriale sinestetica: parlare di ottoni, legni e grancasse spinge l’ascoltatore a sentire fisicamente quei suoni, creando un tappeto sonoro mentale prima ancora che la musica parta regolarmente in regia.
- Profilo Filosofico: Il concetto del “cucitore di canti” richiama l’ermeneutica e la costruzione dell’identità. Noi non siamo monadi isolate, ma collage narrativi. La vita non ha un disegno precostituito, è una rapsodia (dal greco rháptein, cucire, e oidé, canto): un’opera aperta di stampo ecoiano in cui l’improvvisazione non è caos, ma risposta attiva al destino.
- Profilo Poetico: La lirica del corpo-orchestra è di una bellezza plastica: il cuore che batte sulla “pelle tesa del tamburo” e le passioni tese come “archi di guerra”. C’è un lirismo viscerale che trasforma l’anatomia umana in uno strumento da concerto.
Ecco il testo originale:
Oggi, almeno con la fantasia, creeremo un componimento libero, faremo come se ascoltassimo Joe Tex, il mitico cantante R&B, Soul, Funk & Hip Hop degli anni ’60 e ’70, quello che – fondendo ritmo poesia, conversazioni informali e discorsi più o meno interessanti – definì il genere “rhythm and poetry”, cioè il Rap.
Ma non ci fermeremo al moderno Rap, faremo di più, immagineremo di fare un salto nel passato per sentir cantare e narrare il rapsòdo, il cucitore di canti che spesso abbiamo dentro la testa, con le sue storie epiche, racconti popolari di eroi, malfattori, santi, innamorati e brava gente, solo che i protagonisti di questi canti non saranno unicamente gli altri ma anche noi, che a volte con voce stonata, ma in certi giorni perfettamente a tono, solfeggiando note di ricordi allegramente ce la canteremo, oppure ce la suoneremo, proprio come fanno i musicisti quando danno vita a un concerto; soffiano sui legni evocando desideri, mandano le loro labbra vibranti a suonare gli ottoni e il cuore, che non smette mai di battere sulla pelle tesa del tamburo, della grancassa, quella che sta nel gruppo delle percussioni.
E nel mentre, vedremo rivivere le passioni che, come archi di guerra, tendono le corde dei sentimenti. Rivedremo le note, quelle del nostro spartito, che appaiono per poi sparire sul rigo musicale che scorre.
Se ci mettiamo a pensare di noi, non è raro scoprirsi un insieme disordinato, composto da un’impalpabile energia vitale che a volte si consuma nell’espandersi, mentre altre volte dà origine a una reazione a catena. Quello che esplode è un insieme utile di meraviglia, sperate certezze, splendenti momenti, ma anche di strade fastidiose da percorrere insieme a un inutile stupore.
Una sequenza fatta di scelte libere o suggestionate da sensazioni, idee suggerite dagli altri, dal caso e anche se improbabile di decisioni prese dal destino.
Mettendo in fila i nostri momenti migliori, gli attimi maledetti, i giorni chiari e gli inarrestabili tramonti, ci si può accorgere che il nostro Rap, il nostro raccontare, è come la musica jazz, oppure come un movimento che prende il nome dal suo tempo, dalla danza, degli eventi, dal carattere delle parti che lo compongono, un insieme di spunti melodici che pur sembrando esprimere ritmi e armonie diverse poste in un ordine apparentemente improvvisato, dà vita a una indimenticabile rapsodia.
2. Riflessione 1: Il pentagramma esistenziale
“Vivere è come essere dei musicisti che suonano in una rapsodia…”
- Tecnica Narrativa Radiofonica: Questa è la classica “pillola di sosta”. Breve, fulminea, serve a fissare un concetto forte tra un brano e l’altro. La cadenza è piana, rallenta il ritmo della trasmissione per imprimere una verità semplice ma d’impatto.
- Profilo Filosofico: Qui emerge una visione fenomenologica del tempo. Il tempo non è un flusso indistinto (Kairòs contro Chronos), ma una sequenza di eventi discreti (gli incontri) che acquistano significato solo nel loro insieme sistemico. Le tracce lasciate sono le prove ontologiche del nostro passaggio.
- Profilo Poetico: La poesia risiede nell’idea di “lasciare tracce”. Come la puntina di un giradischi che incide anche lei su un solco scavato nel vinile, l’esistenza umana viene ritratta come un’incisione continua, un solco invisibile ma indelebile.
Ecco il testo originale:
Vivere è come essere dei musicisti che suonano in una rapsodia composta da incontri, momenti diversi l’uno dall’altro, ma inseriti in sequenza, in un contesto unico, una congiuntura di tempo, fatti ed esistenze che lasciano delle tracce.
3. Riflessione 2: L’abito double-face e il tango liberatorio
La transizione drammatica dalla palude di cemento all’abito colorato, la cabina telefonica e la liberazione finale nel tango.
- Tecnica Narrativa Radiofonica: Un capolavoro di narrazione visiva (storytelling tridimensionale). L’autore usa contrasti acustici evocati: il silenzio opprimente della palude, il rumore soffocante delle “troppe parole”, fino alla rottura del ritmo che culmina nel cambio di scena e nell’attacco ideale di un tango passionale. È un crescendo teatrale perfetto per la radio.
- Profilo Filosofico: C’è un chiaro richiamo all’esistenzialismo di Sartre (la malafede e la maschera) e a Pirandello (la recita sociale). Vivere dal lato oscuro del vestito per “compiacere gli altri” è l’alienazione dell’Io. La svestizione (anche a costo di rimanere in mutande) rappresenta la riconquista dell’autenticità. Il passaggio dal cemento al polistirolo svela la natura artificiale dei nostri blocchi mentali.
- Profilo Poetico: La metafora del sarto divino o elfo è pura magia fiabesca inserita nella modernità grigia delle cabine telefoniche (un tocco pop alla Superman). Le “discrete lacrime di gioia” che puliscono lo sguardo sono l’elemento catartico che dissolve il fumo e lancia l’anima in una danza disperata e vitale.
Ecco il testo originale:
La vita appare fatta di blocchi d’acciaio e cemento, sembra sia a compartimenti stagni da dove a volte non entra e non esce aria, né acqua né cibo.
Certe vite sono un acquitrino di occasioni mancate, di slanci inutili, di mani che senza mai aver toccato alcuna forma spontanea di gioia affondano nella melma, sei in una palude di occhi ingannati dalla paura e dalle parole, tante parole.
L’ambiente è popolato di nodi alla gola a malapena affogati delle lacrime o fortunosamente soffocati dall’istinto di respirare, la tua vita è fatta di quello che sai degli altri o che loro ti dicono, forse è per questo che ti sei convinto siano sempre migliori di te, perché ti sembra che non abbiano esitazioni, ti pare che non cambino mai idea.
Poi un giorno cerchi di abbracciarti, magari per confortarti, ti tastati le braccia come quando si ha un pò di freddo e lo fai anche per sentire sentire se sei sempre tu, con la tua carne e tue ossa o se di te è rimasta solo l’idea che ti sei fatto.
È lì che ti accorgi che il tuo sarto, pur non sapendo nemmeno chi tu sia, in realtà ti ha cucito un vestito double face, con una stoffa che non ha, né un diritto né un rovescio, ma è la tua stoffa.
Fra te e te pensi: “forse questo sarto è un elfo, un genio, oppure un dio che comanda tutti i colori delle stagioni” ed è a quel punto che ti rendi conto che ogni giorno indossi il tuo vestito sempre dal lato più scuro, perché a te sembrava più serio presentarsi così, pensando saresti piaciuto di più..
A quel punto ti sfidi a trovare una cabina telefonica per entrarci, come se fossi il più famoso dei super eroi, vuoi reindossare il tuo vestito però dalla parte colorata, ma non trovando cabine telefoniche, ti arrangi lì, sul posto, e per la prima volta non ti curi del giudizio degli altri e non te ne frega niente se ti vedono in mutande.
Hai girato il vestito, cambiato i tuoi colori, e ti accorgi che la scenografia della tua storia è cambiata anche lei, adesso è fatta di blocchi di polistirolo e anche se sembrano di cemento armato, in realtà sono leggeri da spostare e non ha importanza che si tratti di un inganno, di una scenografia, tu vuoi stare in scena.
Scopri che tutto intorno c’è aria da respirare, acqua da bere e cibo… eri tu che non vedevi bene, perché le troppe parole dei copioni degli antri, avevano alzato una cortina di fumo di stoppie, ingannando i tuoi occhi, ma adesso ci vedi meglio, perché delle discrete lacrime di gioia li hanno inumiditi. È sparita la sensazione del nodo in gola, fai un respiro profondo e ti lanci in uno spettacolare tango.
Approfondimento:
Questo brano di Emanuele Conte si muove lungo un delicatissimo crinale dove la riflessione esistenziale si traduce costantemente in immagini sensibili, tipico di quella che possiamo definire una filosofia poetica dell’immanenza e della messa in scena.
Il testo descrive la transizione dall’alienazione all’autenticità, ma lo fa rifiutando l’astrazione e affidandosi alla concretezza degli oggetti: il cemento, la stoffa, un vestito rivoltato, una cabina telefonica, una scenografia teatrale.
1. La Filosofia dell’Alietazione: La pesantezza oggettiva vs. la fragilità soggettiva
La prima parte del testo descrive una condizione che ricalca i grandi temi dell’esistenzialismo del Novecento (da Sartre a camus).
La trappola eterodiretta
La sofferenza del protagonista non deriva da un destino tragico, ma dallo sguardo altrui.
“la tua vita è fatta di quello che sai degli altri o che loro ti dicono […] ti sei convinto siano sempre migliori di te”
Qui si consuma il dramma della perdita del Sé: l’individuo smette di essere soggetto e diventa oggetto, schiacciato dalle aspettative esterne. I “blocchi d’acciaio e cemento” e i “compartimenti stagni” dell’inizio sono la traduzione architettonica di questa chiusura mentale e sociale. La pesantezza del mondo è direttamente proporzionale alla rigidità con cui ci sottomettiamo al giudizio altrui.
2. Il Momento Poetico-Ontologico: L’abbraccio e il Sarto divino
La svolta del testo avviene attraverso un’intuizione poetica straordinaria, che sposta la prospettiva dal fuori al dentro:
[ L'AUTO-ABBRACCIO ]
(Verifica della propria presenza fisica)
│
▼
[ IL VESTITO "DOUBLE FACE" ]
(La stoffa unica creata da un Sarto metafisico)
│
┌─────────────┴─────────────┐
▼ ▼
[ LATO SCURO ] [ LATO COLORATO ]
La "serietà" imposta La gioia di esprimersi
dal giudizio altrui senza il filtro degli altri
Il corpo come ancora di salvezza
“Poi un giorno cerchi di abbracciarti, magari per confortarti… lo fai anche per sentire se sei sempre tu”
In termini fenomenologici (riconducibili a Husserl o Merleau-Ponty), il toccarsi è l’atto fondativo della coscienza. Prima di essere un’idea (“l’idea che ti sei fatto”), noi siamo corpo, “carne e ossa”. L’auto-abbraccio è l’autocoscienza che si risveglia attraverso il tatto.
La metafora del Sarto
Il sarto (descritto come “un elfo, un genio, oppure un dio”) simboleggia la natura originaria dell’uomo, che ci ha dotati di una stoffa che non ha un diritto o un rovescio intrinseci: siamo noi a scegliere quale lato mostrare al mondo. La scelta del lato scuro per “serietà” e per “piacere di più” descrive perfettamente il compromesso sociale, l’autolimitazione estetica ed emotiva.
3. L’Erosione del Peso: Dal Cemento al Polistirolo
La vera liberazione non avviene con una fuga dal mondo, ma con un cambio di percezione filosofica dell’ambiente circostante.
L’ironia eroica e lo svestirsi in pubblico
Il riferimento alla “cabina telefonica” evoca istantaneamente l’immaginario pop di Superman. Ma il testo opera un’ironica demitizzazione: non essendoci cabine, il protagonista si spoglia lì, sul posto, accettando il rischio supremo: rimanere in mutande di fronte al giudizio del mondo. È l’istante in cui si spezza la vergogna. L’autenticità si conquista accettando la propria ridicola e splendida vulnerabilità.
Il mondo come scenografia
“la scenografia della tua storia è cambiata anche lei, adesso è fatta di blocchi di polistirolo”
Questa è l’intuizione poetica più profonda del brano. Il cemento armato dell’inizio non è sparito; si è rivelato per quello che è sempre stato: polistirolo teatrale. La sofferenza sociale, le convenzioni e le barriere relazionali sono pesanti solo finché crediamo alla loro assoluta realtà. Una volta svelato il “trucco”, una volta capito che la vita è una rappresentazione (“tu vuoi stare in scena”), i blocchi diventano leggeri da spostare. È l’essenza della Rapsodia del titolo: la vita non è una struttura rigida, ma una composizione libera e modificabile dall’interprete.
4. La catarsi finale: Il riscatto dei sensi e il Tango
Il testo si chiude con una bellissima riconciliazione sensoriale e corporea.
- La vista si chiarisce non attraverso la logica, ma attraverso le lacrime: “delle discrete lacrime di gioia li hanno inumiditi”. Le lacrime puliscono gli occhi dal fumo delle “troppe parole dei copioni degli altri”.
- La liberazione della gola: il soffocamento svanisce.
- Il movimento: l’azione si risolve in un “lancio in uno spettacolare tango”.
Il tango, danza di passione, improvvisazione, contatto fisico e precisione ritmica, è l’antitesi perfetta della palude immobile e asfittica descritta all’inizio. È la celebrazione poetica dell’esistenza che ha finalmente trovato il coraggio di danzare con i propri colori.
4. Riflessione 3: Il vincolo dell’orizzonte
“A volte cerchiamo la strada per comporre nuova musica, guardiamo indietro… ma possiamo solo andare avanti.”
- Tecnica Narrativa Radiofonica: Funge da liner di transizione psicologica. In radio serve a resettare lo stato d’animo dell’ascoltatore dopo un momento narrativo intenso, orientando lo show verso il futuro (o verso il brano successivo).
- Profilo Filosofico: È la sanzione del tempo lineare irreversibile (la freccia del tempo termodinamica ed esistenziale). Il passato può essere un archivio di note (memoria), ma non può essere una dimora. L’unica direzione ontologicamente valida è il futuro.
- Profilo Poetico: Il contrasto visivo tra lo sguardo rivolto all’indietro e la linea dell’orizzonte crea una tensione plastica. L’orizzonte non è un limite, ma una calamita visiva che costringe al movimento.
Ecco il testo originale:
A volte cerchiamo la strada per comporre nuova musica, guardiamo indietro chiedendo aiuto a vecchie note, ma poi, fissando l’orizzonte, vediamo che possiamo solo andare avanti.
5. Riflessione 4: L’alba quotidiana
“L’opportunità di vivere nuovi giorni è la cosa più bella… restare in mezzo alla gente senza sprofondare.”
- Tecnica Narrativa Radiofonica: Un messaggio di warm-up, ideale per una fascia oraria mattutina o di ripartenza. Ha un tono confidenziale, rassicurante, che punta a creare un legame di complicità diretta con l’ascoltatore (“amici e mani tese”).
- Profilo Filosofico: Filosofia dell’ottimismo pragmatico e della socialità come ancora di salvezza. Contrappone la caduta (“sprofondare”) alla spinta ascensionale dell’incontro, celebrando l’esistenza come dono quotidiano (Heideggerianamente, il “progetto” che si rinnova ogni mattina).
- Profilo Poetico: C’è una semplicità quasi fanciullesca, pascoliana, in questa lode del giorno nuovo. La poesia sta nella normalizzazione della speranza, accessibile “a qualsiasi ora del giorno e della notte”.
Ecco il testo originale:
L’opportunità di vivere nuovi giorni è la cosa più bella che ci può capitare, non solo di mattina presto appena alzati dal letto, ma a qualsiasi ora del giorno e della notte. E se riusciamo a restare in mezzo alla gente senza sprofondare, troveremo amici e mani tese, saranno giornate bellissime.
6. Testo 5: La solitudine rintracciabile
La solitudine esistenziale interrotta dalla prosaicità del mondo (il postino, i social).
- Tecnica Narrativa Radiofonica: Qui Conte usa mirabilmente l’ironia e l’anticlimax. Costruisce una tensione drammatica sulla solitudine profonda per poi spezzarla bruscamente con un elemento quotidiano e quasi comico (il postino che porta una bolletta). Questo cambio di registro tiene l’ascoltatore incollato all’ascolto, evitando il rischio del patetismo.
- Profilo Filosofico: È una riflessione sulla “connessione costante” della società liquida (Bauman). La solitudine totale oggi è impossibile non perché siamo compresi, ma perché siamo tracciati. C’è una differenza sostanziale tra l’essere “trovati” (burocraticamente o digitalmente) e l’essere davvero “visti” o “sentiti” nella propria essenza.
- Profilo Poetico: La solitudine viene descritta come un “perdersi sprofondando in mezzo alla gente”. L’immagine del postino diventa una bizzarra figura mitologica moderna: un messaggero del reale che interrompe l’estasi del dolore con la prosaicità della vita.
Ecco il testo originale:
La rapsodia della vita è composta anche da pezzi di profonda solitudine, e non solo in giovane età, quando stai cercando di capire chi sei, chi sono gli altri e cosa stai facendo.
In ogni giorno della vita possono esserci dei momenti nei quali pensi di esserti perso e sprofondando in mezzo alla gente ti senti solo…
Ma non preoccuparti, qualcuno ti troverà, al telefono, via email, sui social, fosse anche il postino che suona alla porta per consegnarti qualcosa da pagare, ma stai tranquillo, qualcuno ti troverà, anche se non è garantito che ti veda o ti senta.
7. Testo 5-bis (Concerto di Varsavia): L’arte nei tempi bui
La presentazione del Concerto di Varsavia (1941) come manifesto di resistenza spirituale.
TEMPI CRUDELI (1941) LA MUSICA
[Le belve a caccia di potere] <---> [Parla, Ama, Prega, Sogna]
- Tecnica Narrativa Radiofonica: Introduzione storica di altissimo livello (back-announcement o intro al brano). Preparare l’ascolto di un pezzo classico nel 1941 spiegando il contesto bellico carica la musica di una tensione drammatica insostenibile. L’ascoltatore non fruirà più del brano come semplice intrattenimento, ma come un atto di resistenza.
- Profilo Filosofico: Adorno diceva che scrivere poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie; Conte qui sembra rispondere che comporre musica durante la barbarie è l’unico modo per rimanere umani. L’arte è l’antidoto alla pazzia del potere, una forma di preghiera laica che sopravvive alla distruzione della storia.
- Profilo Poetico: Il contrasto tra le “belve a caccia… per infamia o pazzia” e l’atto di “parlare, amare, sognare e pregare” attraverso le note è potente. La musica viene personificata come un santuario intatto circondato dalle macerie.
Ecco il testo originale:
Nelle vite delle persone la musica è importante, la melodia, il ritmo, i tempi, le pause, hanno sempre scandito intimamente la storia degli uomini, perché con la musica si parla, si ama, si sogna e si prega. E questo succede sempre, anche quando una meravigliosa composizione viene scritta in tempi crudeli, durante i quali le belve sono a caccia, ma non per fame, solo per potere, infamia o pazzia: il concerto di Varsavia, composto nel 1941.
8. Riflessione 6 e Testo 7: La radio umana e il silenzio romantico
Il parallelismo tra le voci della gente e le canzoni alla radio, e la malinconia del “chi vorrebbe stare con chi ma non può” nel silenzio post-festa.
- Tecnica Narrativa Radiofonica: L’uso del tormentone emotivo: la formula ripetuta “chi vorrebbe stare con chi ma non può” agisce come un gancio cognitivo (hook). Dal punto di vista del montaggio sonoro evocato, il passaggio dal caos della festa (voci, bicchieri, musica che sfuma) al sibilo del silenzio e ai rumori isolati (il bus, il cane, la pioggia) è una sceneggiatura audio magistrale.
- Profilo Filosofico: C’è una profonda indagine sulla fenomenologia della mancanza. Il silenzio non è assenza di suono, ma cassa di risonanza del desiderio. Quando il rumore sociale si spegne, l’individuo è costretto al confronto con l’Altro assente.
- Profilo Poetico: Il finale è dolcissimo e privo di autocompatimento. L’immagine del protagonista che si immagina sotto un balcone Shakespeariano o su una scala antincendio e sorride “con la faccia da ebete” riscatta la malinconia con la tenerezza del sogno. La pioggia che cade dai tetti è definita “assordante, quasi insopportabile da quanto è romantica”: un ossimoro splendido.
Ecco il testo originale:
Certe sere sono fatte, per chi vorrebbe stare con chi ma non può, magari per dimenticare o riempire il vuoto, almeno per un po’.
Sono sere di amici, risate, danze, drink, magari in giro per locali o senza una meta precisa.
Poi, a una certa ora, il ritmo e la compagnia, dapprima uniti da un patto d’acciaio, si stancano di stare insieme, la musica inizia a sfumare e la fratellanza apparentemente indissolubile si dilegua, disperdendo le persone. Ognuno se ne va per i fatti suoi, chi va a casa, chi da un’altra parte e chi vorrebbe stare con chi ma non può, ritorna a pensare, insieme al suo inevitabile amico più sincero: il silenzio.
Inizia a sentire un leggero sibilo, forse per la musica mischiata alle chiacchiere e alle risate che hanno messo a dura prova i suoi timpani, ma poco male, lo hanno distratto dal fatto di essere lui un chi vorrebbe stare con chi ma non può.
Ma il silenzio inizia a fargli sentire anche i rumori più lontani, lo sbuffo della porta di un bus, un cane che abbaia perché ha visto un gatto, le gocce della pioggia che cadono dai tetti con un rumore assordante, quasi insopportabile da quanto è romantico, e poi inizia il suono di altre feste, di altri momenti felici in lontananza.
A quel punto, chi vorrebbe stare con chi ma non può, immagina di essere in una classica, quasi stucchevole storia d’amore come quelle che ha letto o visto al cinema. Immagina di stare sotto un balcone o su una scala antincendio ed è lì che… chi vorrebbe stare con chi ma non può… inizia a sorridere, anche se un po’ con la faccia da ebete.
9. Testo 8: Il potere del nome (Il Siparietto con Renée Conte)
La riflessione filosofico-letteraria sui nomi (Dante, Shakespeare) innestata sulla colonna sonora di West Side Story.
- Tecnica Narrativa Radiofonica: Il “siparietto” a due voci rompe la linearità del monologo, introducendo la dinamica del dialogo teatrale. L’uso di una colonna sonora evocativa e celeberrima come West Side Story (che è a sua volta una rielaborazione moderna di Romeo e Giulietta) crea un cortocircuito culturale immediato ed emotivamente travolgente per l’ascoltatore.
- Profilo Filosofico: Si affronta il nominalismo. Il nome non è una mera etichetta convenzionale, ma l’essenza stessa del ricordo. Se il tempo cancella i dettagli fisici (i volti sfumano), il nome mantiene intatta l’identità dell’amato. Pronunciare il nome è un atto magico di evocazione e presenza.
- Profilo Poetico: Intrecciare Dante (Beatrice “Colei che rende beati”) e Shakespeare (il monologo della rosa di Giulietta) eleva il tono della trasmissione senza renderlo accademico. Il testo si fa lirica pura quando spiega che basta un nome, anche “frutto di uno scherzo, di un dolce segreto”, per far tornare tutto vivo “come succedesse lì, e per la prima volta”.
Ecco il testo originale:
Al contrario di quanto si è abituati a sentire in giro, con espressioni del tipo: “io quella faccia non la dimentico, sono bravo con i volti ma non con i nomi”, nella mente dei poeti, nelle messe in scena dei drammi o più avanti nel melodramma e poi da sempre nelle storie di chi vorrebbe stare con chi ma non può, i nomi hanno un grande valore.
Oh Romeo Romeo, perché sei tu Romeo?
Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome, o se non vuoi, giura che mi ami e non sarò più una Capuleti.
Solo il tuo nome è mio nemico: tu sei tu. *
Come quello di Beatrice “Colei che rende beati” ben presente nei sublimi pensieri innamorati di Dante, quando spera che piaccia a Dio dargli abbastanza giorni per scrivere di lei quello che nessuno ha mai scritto per nessuna.
O più avanti quando shakespeare fa dire a Giulietta:
Che vuol dire “Montecchi”?
Non è una mano, né un piede, né un braccio, né un viso, nulla di ciò che forma un corpo.
Prendi un altro nome.
Che cos’è un nome?
Quella che chiamiamo “rosa” anche con un altro nome avrebbe il suo profumo.
Rinuncia al tuo nome, Romeo, e per quel nome che non è parte di te, prendi me stessa.*
Ma come avviene nelle cose della vita, per essere ricordato tutto deve avere un nome, specialmente nelle storie di chi vorrebbe stare con chi ma non può.
I volti, gli occhi, le labbra, le forme fisiche hanno molta importanza quando la mente vuole richiamare a sé le storie accadute fra persone… e anche se il tempo normalmente fa il gioco contrario, cercando di offuscarle o di portarle via con il suo trascorrere, magari per dare un po’ di sollievo a chi vorrebbe stare con chi ma non può, né al calendario né all’orologio quel gioco risulta facile.
Basta ricordare un nome, vero, falso, strano, messo sopra, oppure frutto di uno scherzo, di un dolce segreto o di una pura carezza, che tutto torna vivo come succedesse lì, e per la prima volta.
(* da Giulietta e Romeo di Shakespeare)
Siparietto di Emanuele Conte con Renée Conte dalla Trasmissione radiofonica Life is like a Rhapsody – La vita è come una rapsodia”
1. La funzione del “Chi vorrebbe stare con chi ma non può”
L’espressione “storie di chi vorrebbe stare con chi ma non può” non è un semplice riempitivo, ma il vero e proprio motore immobile del testo. Svolge tre funzioni narrative principali:
- Leitmotiv e Ritmo: Funziona come un refrain musicale (coerentemente con il titolo della trasmissione Life is like a Rhapsody). Viene ripetuta tre volte, scandendo l’inizio, il centro e la fine della riflessione. Questa ripetizione ipnotica crea un ritmo familiare per l’ascoltatore radiofonico.
- Universalizzazione dell’Archetipo: Invece di usare termini accademici come “conflitto drammatico” o “amore impossibile”, l’autore usa una formula colloquiale, quasi infantile nella sua struttura geometrica (chi / con chi / ma non può). Questo azzera le distanze: l’amore tragico di Romeo e Giulietta o quello spirituale di Dante e Beatrice vengono ricondotti alla stessa matrice accessibile a qualunque essere umano.
- Ancoraggio Emotivo: La frase definisce una condizione di mancanza e desiderio. Diventa il filtro attraverso cui il pubblico interpreta il focus successivo: il potere dei nomi. I nomi fanno male, o salvano, precisamente perché si riferiscono a qualcuno che non si può avere.
2. La struttura a cerchio (Ring Komposition)
Il testo è costruito con una tecnica a imbuto che parte dal quotidiano, sale verso il sublime letterario e torna alla realtà dello spettatore:
- L’esordio (Il profano): Si parte da un luogo comune quotidiano e pop (“io quella faccia non la dimentico…”). È un gancio empatico immediato.
- L’elevazione (Il sacro): Il testo si sposta su un piano alto. Vengono evocati i pilastri della letteratura occidentale: Dante e Shakespeare. I frammenti di Romeo e Giulietta non sono solo citazioni, ma dialogano direttamente con la tesi dell’autore.
- La sintesi finale (Il quotidiano redento): Il testo torna alla “vita” (“Ma come avviene nelle cose della vita…”). La letteratura ha dimostrato la tesi, e ora quella tesi viene riconsegnata all’esperienza personale dell’ascoltatore.
3. Il ribaltamento dei sensi e la tesi sui Nomi
La tecnica argomentativa si basa su un paradosso molto poetico. Di solito si pensa che l’amore sia legato alla carne, alla vista (i volti, gli occhi, le labbra). L’autore ribalta questa credenza: i corpi sbiadiscono, il tempo tenta di cancellarli per dare un parziale “sollievo” a chi soffre per amore.
Ciò che ferma il tempo, l’arma letale della memoria, è il Nome. Il nome viene descritto quasi come un codice magico o un interruttore:
“Basta ricordare un nome […] che tutto torna vivo come succedesse lì, e per la prima volta.”
4. Tono e Stile: La parola parlata (Oralità)
Essendo un testo nato per la radio, la tecnica narrativa predilige la sintassi affettiva rispetto a quella rigorosa:
- Uso di congiunzioni a inizio frase (“Al contrario di…”, “Ma come avviene…”).
- L’accumulazione lirica (“un nome, vero, falso, strano, messo sopra, oppure frutto di uno scherzo…”), che serve a creare un crescendo emotivo, avvolgendo l’ascoltatore.
In sintesi
Il brano usa il dramma di “chi vorrebbe stare con chi ma non può” come il grande archetipo dell’esistenza, dimostrando che la letteratura non è altro che il catalogo di questi desideri impossibili resi eterni e dolorosi da una sola cosa: il fatto di avere un nome.
10. Chiusura (Riflessioni 9 e 10): La playlist a tutto volume vs L’anestesia dello schermo
Il viaggio della vita vissuto senza rimpianti contrapposto all’apatia del “sopravvivere” guardando serie tv.
- Tecnica Narrativa Radiofonica: È il gran finale (outro). Il ritmo verbale si fa incalzante, energico, quasi rock. C’è un invito diretto all’azione, all’alzare il volume della radio e della propria esistenza. L’uso di frasi brevi e sferzanti funge da scossa elettrica per chi ascolta prima di restituire la linea o chiudere le trasmissioni.
- Profilo Filosofico: Qui Conte mette in scena lo scontro definitivo tra l’Esistenza Attiva e l’Intrattenimento Passivo (la Spettacolarizzazione di Debord). Consumare storie altrui (le serie tv all’infinito) per non vivere la propria è una forma di anestesia ontologica, una morte anticipata (“aspettando il nulla”). L’autore esorta invece al viaggio senza riserve dell’Amor Fati nietzschiano (“suonarli tutti senza rischiare di dire avrei dovuto”).
- Profilo Poetico: La vita ridefinita come una “compilation” o “playlist” è la perfetta sintesi poetica dell’intera trasmissione. Il viaggio finale non è una marcia funebre o un percorso ordinato, ma “uno spasso di viaggio” da fare a tutto volume, dove l’unica vera sconfitta è l’arrendersi alla tiepidezza del grigio.
